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Pesaro
Villa Imperiale

(descrizione della Villa Imperiale di Pesaro, addì 1 agosto 1569)
LUDOVICO AGOSTINI (Pesaro 1536 – Gradara 1609)
"LE GIORNATE SORIANE - GIORNATA PRIMA"

Tra i più vaghi e più fruttiferi colli d'Italia giace il nobilissi­mo promontorio d'Azio imperiale, potentissima parte del­le bellezze del seno Adriatico e principal dote della città di Pesaro, dove, non con puoca meraviglia di coloro ch'ivi per fama concorrono, si veggono sì adorni e sí ricchi palagi et in sí gran copia, che corrispondenti al bello et al dilettevole dei loro mirabili siti e dei preziosissimi frutti dir con verità si può non potersi in altra parte del mondo né vedere né im­maginarsi meglio, per quanto allo stato umano più conve­nir si possa. E perciò che di alcuni di ditti luoghi, lontani un miglio dalla città, famigliarmente intendo ragionare, se­condo ch'in ogni uno di quelli mi son ritrovato al tempo dell'estate a godere del salutifero aere ch'ivi abonda in com­pagnia d'alcuni de' miei più cari amici - che forono lo Stu­pido, il Sventato, l'Opposito, il Volubile, il Confuso e ‘l Va­no, tra' quali anch'io senz'accrescimento di numero anno­verato sono -, lasciando a' più alti ingegni più alti discorsi, comincerò a scrivere alcune giornate passate domestica­mente fra noi, et insieme descriverò i siti, i palagi e le bel­lezze delle donne che presenti vi si trovarono, senza le qua­li so io che più tosto umore che piacere sarebbono riputate le nostre giornate.

Mi trovava io perciò l’anno passato travagliato d'alcu­ni molesti pensieri, sì come accader suole a chiunque vive in questa valle di miserie, e non sapend'io come meglio trappassare queste mie sfortunate rivoluzioni che con l'as­siduo trattenimento dei più virtuosi della città nostra, deli­berai con esso loro, per più liberamente godere della dol­cezza di ciascuno, lasciare per alcuni dì la città e ritirarmene in villa, ove non mancano ai tempi della state varii dipor­ti, che gli animi malinconici alleviar sogliono. Così tutti unitamente concordi (già preparato il modo da comoda­mente vivere e comandato ai servitori ciò che avessero a fa­re intorno ai nostri disegnati piaceri), una mattina per tem­po, che fu un luni primo d'Agosto (sì com'è l'antico costu­me d'Italia), andammo a feriare questo famoso mese all'istesso luogo de l'Imperiale, deliziosissima villa degl'illustrissimi et eccellentissimi nostri signori, la quale è in un sito ch’entrandosi per un bosco d'altissime querce ch'ai cielo par che si appoggino, si arriva in uno assai lungo e spazioso prato,  sempre vago per la varietà de fiori, ch’ivi mai non mancano, sostenuto in ugual piano da una lunghissima e grossa muraglia che da Austro fa riparo alla tagliata del colle, in discoperta degli altri fruttiferi monti di Pesaro infìn agli Appenini, alla cui man diritta, da settentrione, sèguita il bosco, in forma di teatro assai eminente per la spianata del luogo del prato, sott'al quale vi è tirato un giardino di cedri e di aranci, chiuso di mura, ove per mezo vi è una strada, che dai secreti del palagio scende, accommodata fuori della vista d'ogni uno pel passeggio della mattina. In faccia poi all'entrata che dicemmo si vede il palagio fabricato già dalli signori Sforceschi, il quale è di dentro tutt'istoriato d'alcuni notabili fatti di Francesco Maria, primo duca della Rovere e padre di Guidubaldo ch'oggi vive. E questo fa la sua en­trata da levante a ponente sopra la quale vi è una torre, che rende nobilissima la prospettiva; all'uscita poi si veggono infiniti pini e cipressi, che adombrano e adornano una gran strada che ne conduce nel folto del bosco, rusticanamente così mantenuto per lo piacere della caccia. Si trova, oltr'a ciò, a man diritta della detta uscita, poggiato alla cima del promontorio, un altro più ricco e più riguardevole pala­gio, fabrica del già detto Francesco Maria, il quale fa la sua prospettiva verso mezo giorno, in faccia del fiume Isauro e della strada Flaminia. E questo ha la sua entrata di sopra per lo bosco che dicemmo che, in forma di teatro, cir­conda la prataria che fa porta agli andamenti di tutti questi edificii, la quale è pel medesimo verso eh'è quella dell'altro palagio. Ora tra questi vi è un corritore, da circa trenta varchi lungo, che dal primo piano del secondo ne conduce al secondo piano del primo, senza innovare servitù alcuna che men bello o men commodo potesse l’altro rendere; si vede poi nella maggior superficie di questo secondo pala­gio, in luogo de' tetti, corritori scoperti con bellissimo artifìcio sostenuti et arrichiti di finissimi marmi a balaustri, ordinati con due logge che coprono gli angoli della prospet­tiva di tutto l'edificio, che rendono una vista amirabile così a quelli che di lontano le veggono, com'anco maggiormen­te agli altri ch'ivi presenti si trovano. Al pari della cui sommità, verso ‘l monte, si camina in un vaghissimo giardi­no, circondato di altissime spalliere d'aranci e di cedri, e pel mezo tutt'astradato di odoriferi mirti, che fanno a' tordi non men saporite vivande, che agli uccellatori commodità da prenderli; quasi ‘l medesimo si trova più basso, al mezato del palagio, con l'aggionta d'alcuni lauri che rendono meravigliosa la corte, una delle meglio intese a propporzione del luogo ch'infìn qua io mi abbia veduto altrove, che con la dote di due fontane che vi sono, e d'una loggia fuori dell'uso, delle altre tutte rende gli spettatori di stupore con­fusi. Trovasi poi, all'incontro della strada di mezo del giardino de' mirti che dicemmo, una gran porta che fa l'u­scita al piano della sommità del promontorio, guidandone per una dilettevole e spaziosa strada, per mezo d'un bosco d'elci che poscia, lungi un tiro di mano, ne conduce in un quadrato et ampio prato, in prospettiva del mare, ove il si­gnor prencipe, Francesco Maria, ha disegno di edificare un terzo palagio, della maniera che qui sotto si vede, che a tut­te le parti farà eguale prospettiva con bellissima vista di ter­ra e di mare: poiché da oriente quivi si veggono Pesaro, Fa­no, Seniglia et Ancona infine all'Oreto, da Austro si scoprono le convicine castella, e più oltre Urbino con tutti gli Appennini di questo stato e di Fiorenza; da occidente ha tutta la veduta di colli di Romagna e, stendendosi verso set­tentrione, vede tutta la rivera di Ravenna infin allo stretto di Venezia (...). Et essendo noi quivi arrivati (come la nostra buona fortuna volle) trovammo che la sera inanzi la duchessa Vittoria Farnese e con seco Francesco Maria, suo figliuolo, prencipe nostro, vi erano quetamente arrivati da Urbino per godere quella Imperiale stanza, prima che l'importunità de' freddi tempi lor spin­gesse alle cittadine case, le quali (di queste eccellenze par­lando), ancorché siano le maggiori ch'abbia altro prencipe d'Italia e ricchissime e comodissime d'innumerosi appar­tamenti, sì come nell'universale tutta la città è splendidissi­ma e molto riguardevole d'ogni sorte di edificio e publico e privato, è nondimeno la villa assai più godevole ai suoi tem­pi, per la dolcezza della libertà, la quale stimo io, dopo Dio, il primo bene, se bene trovar si può tra queste nostre umane miserie.