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Musei Civici Pesaro - F. Mengaroni: Medusa
Fabio Tombari (Fano 1899 – Rio Salso 1989)

“Tutti in famiglia” 1981

Ferruccio Mengaroni

« Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto »

(uno dei 45 racconti della raccolta è dedicato al sommo maiolicaro pesarese Ferruccio Mengaroni, tragicamente scomparso nel 1925)

Capita spesso, di fronte alle manifestazioni pseudo-artistiche d'oggi, particolarmente quelle figurative, di sentirsi allar­mati. Ma cosa succede? Dove si va a finire? E sopra tutto perché? Come si spiega l'acquiescenza, la connivenza di certa critica?

In genere gli allarmati sono dei retrivi che non si allar­merebbero, come non si sono allarmati, di fronte ad opere stucchevoli e vuote quali, ad esempio, i molti monumenti ai caduti dell'altra guerra: opere funerarie solo perché nate morte. In genere dunque gli scandalizzati sono dei retro­gradi. Ma non tutti sono tali. Uno scadimento c'è e pau­roso. Un'inversione dei valori. Non soltanto in arte.

Ma allora! Se neppure la critica, - oggi che la critica an­ticipa l'arte e l'impulsa - se neppure sul giudizio della cri­tica e della storia si può contare, di chi fidarci? Su quale certezza, su quale stabilità costruiamo? E non a torto i più apprensivi sentono mancar la terra sotto i piedi.

Ora la cosa non è così, o per lo meno non è così irrime­diabile. Già in altra occasione, anche a proposito di Puccini, s'è potuto dimostrare che quanto gli uomini pensano non ha alcun valore. O meglio, l'ha: ma lo ha per gli uomini, non per le loro opere.

Il fatto che la critica chiami rosa il carciofo e carciofo la rosa, può essere pregiudizievole per la critica e per chi la segue. Non per il carciofo né per la rosa.

Si può andare più a fondo e dimostrare come la critica sia inutile (quando non è dannosa), che chiamando rosa la rosa, fa opera superflua cioè inutile, e chiamandola carciofo, dannosa, in quanto immette nel mondo un errore.

La rosa resta rosa, e il carciofo resta carciofo. È questo che importa.

Ed è su questa base ben solida che mi piace ricordare Ferruccio Mengaroni.

È artista o non è artista? Gli esperti asseriscono di sì; d'altra parte molte sue ceramiche ci lasciano perplessi.

Lui stesso, Ferruccio Mengaroni, lo faceva dubitare. Faci­noroso, un po' fanfarone, con un gran cappello a pioggia su un volto pallido e una corporatura pletorica (non alto, lo sembrava); e quel fare vistoso, quel mettere in mostra sul panciotto un ciondolarne di amuleti e talismani, facevan sì che fosse guardato molto e ammirato meno.

Ma era artista? Maiolicare certo, dei più nutriti; model­latore anche, dei più espressivi: un noviziato da bottega, un insegnamento da maestro. Ma dei suoi pannelli e mattonelle tutti d'intonazione rinascimentale, dei suoi fastosi festoni e dei suoi trionfi e baccanali, nessuno più vuoi saperne. "Un mestierante" si dice, "un rifacitore che non seppe fare di suo."

Ora, a parte certi scintillii, certi smalti rutilanti di splen­dori e di effetti orgiastici propri alla sua tavolozza, resta il fatto ch'egli è riuscito a stregare lo spirito nella forma, cioè a far opera d'arte.

E come tale è artista. Non era: ma è; poiché l'artista è tale in quanto lo è per il mondo spirituale, non per la con­siderazione in cui è tenuto fra gli uomini.

E limitiamoci pure all'opera. Vediamo come si comporta. Se è arte, è viva, e come tale reagisce; mentre la non arte, per quanta risonanza possa avere, resta inerte. Proviamo a stendere della biancheria bagnata sui fili ad alta tensione. La spranga non reagisce, il cavo sì. E quand'è che una spran­ga diventa linea elettrica? Quando vi passa la corrente.

E l'imbroglio nasce qui, perché è proprio qui che è fa­cile sbagliare. Molti credono (oggi più che mai), che questa elettricità, questa forza corrente, sia il tema dell'arte, l'ar­gomento più o meno polemico o scottante che trasmette, il messaggio, il fatto sociale o propagandistico. E poiché il vocabolo massa vale come ricevitore in contatto con la terra, l'equivoco è facile.

Ma la cosa sta altrimenti. In arte, forma e contenuto si identificano. Non si tratta di quanto racconta o riflette, ma di vita vivente in sé, mercé la quale un albero è vivo e un palo no.

Il 13 maggio 1925, uno dei carri furgoni della Gondrand strideva sulla ghiaia del viale che conduce alla Villa Reale di Monza. Giornata stupenda. Ferruccio Mengaroni era lì sulla soglia, ad aspettarlo. Pallido e felice, era il suo mo­mento, la sua grande ora. Si andava allestendo la Seconda Biennale Internazionale d'Arte Decorativa e stava arrivando il suo capolavoro, il tondo maiolicato più grande che si conosca, e fra le opere a gran fuoco, la più superba.

Tutti pronti alla manovra di scarico, facchini, impiegati, decoratori. La cassa, il cassone a forma circolare, pesava più di dodici quintali; e dal carro alla rampa era occorsa una passerella di travi. A un tratto una di queste cedette. L'enorme mole dell'arca sbandò: tutti, sgomenti, si ritras­sero; lui solo, vano e sublime, si precipitò a parare a salvare la sua creatura. Questa, implacabile, s'abbatté schiacciandolo contro la balaustra. Era la Medusa.

Agli astanti terrorizzati accorsi in suo aiuto per cavarlo, sottrarlo, liberarlo dalla stretta, « Lasciatemi stare ».

Spirò così.

Caso? Quanto in questa domanda ci sia d'incredulità, quanto di pigrizia, non è da indagare, perché sia l’una che l'altra stavolta sono sinonimi. E in questo caso la pigrizia è viltà, perché qui si tratta di affrontare proprio la Medusa, quest'essere atroce e spietato quanto soggetto alla morte, che irride e incombe sul destino di tutti.

Non per niente Ferruccio Mengaroni l'aveva ritratta col suo proprio volto. Fra l'altro si sa che mentre vi lavorava, con lo specchio davanti, come sempre nell'autoritratto, e an­dava modellando attorcigliando le serpi dell’anguicrinita fa­cendosi smorfie e boccacce, lui così superstizioso e pieno d'amuleti, lo specchio gli si ruppe.

Stavolta sì che il caso potrebbe esser fortuito, tanto è ve­ro che gli bastò qualche scongiuro per tirare avanti a fissar­la, foggiandovi il proprio destino.

Così il fatto tragico, lo stesso per cui Giasone finì sfra­cellato sotto la propria nave, ci porta al nodo gordiano. Cosa coglie l'arte, l'apparenza dell'arte, se non la sostanza, il nou­meno. Per dirla con Kant che credeva impossibile raggiun­gerlo. In arte non si tratta di rappresentare, come da più d'un secolo la critica ci fa credere, ma di cogliere, di cap­tare. L'arte non è artificio, e tanto meno documentazione; l'arte è magia.

Mengaroni non riuscì, è vero, come Perseo, mercé lo specchio datogli da Minerva, a troncare il capo alla Gor­gone, ma a sorprenderla sì. Ecco perché ne venne schiaccia­to, mentre Caravaggio finì trucidato sulla spiaggia di Por­to Èrcole. Cellini col Perseo ne sopravvisse, perché Cellini sapeva quel che Mengaroni non ha mai saputo, e cioè che la Medusa è una realtà, tale realtà che ogni uomo le passa da­vanti due volte al giorno e d'estate, spesso, anche quattro.

Se l'avesse saputo, non avrebbe portato né amuleti né ta­lismani; ma l'avrebbe guardata in faccia. E l'avrebbe do­minata.

E perché allora, si dirà, perché a tanti marmorini, deco­ratori e stuccatori, nonché scultori e pittori, che pure han ri­tratto quel volto fatale, non è successo un bel niente?

Perché appunto hanno ritratto un bel niente. O non erano artisti, o in quella particolare opera non sono riusciti ad es­serlo.

Ma quando l'artista opera, ne sia o no cosciente, lavora sempre ad alta tensione. Basti pensare a Oscar Wilde, che nel suo capolavoro dove, sapesse o non sapesse, ritrae la Medusa, ha dato a Dorian il nome di Gray, stranamente somigliante a Graye, le sorelle gorgonidi: e ne ha pagato lo scotto. Tanto il vero artista, qualunque cosa escogiti, s'ad­dentra nella verità.

Proprio il contrario dei mitologi, che più si studiano d'in­dagare a freddo e più se ne allontanano.

Dopo l'ultima spaventosa, orribile guerra, sono andato a Palazzo Venezia a visitare la mostra della miniatura. Palin­sesti, incunaboli, bibbie, messali, libri d'ore, antifonari un'esposizione meravigliosa.

Ero stato altre due volte in quelle sale, nella famosa sala del Mappamondo. E lì, dove Mussolini sedeva, nera, isto­riata sul pavimento, la Medusa.