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Urbania - Il Palazzo Ducale e il Metauro

Torquato Tasso

“Canzone al Metauro” – XVI sec.

Il Tasso iniziò a scrivere la Canzone al Metauro nell'agosto del 1578 a Villa Isola nei pressi di Fermignano, a pochi chilometri da Urbino, dove il poeta era stato «amorevolissimamente» accolto, dopo la fuga da Ferrara, dall'antico compagno di studi Francesco Maria II della Rovere.

O del grand'Apennino
figlio picciolo sì, ma glorioso
e di nome più chiaro assai che d'onde,
fugace peregrino
 
a queste tue cortesi amiche sponde
per sicurezza vengo e per riposo.
L'alta Quercia che tu bagni e feconde
con dolcissimi humori, ond'ella spiega
i rami sì ch'i monti e i mari ingombra,

mi ricopra con l'ombra.
L'ombra sacra, hospital, ch'altrui non niega
al suo fresco gentil riposo e sede,
entro al piú denso mi raccoglia e chiuda,
sì ch'io celato sia da quella cruda

e cieca Dea, ch'è cieca e pur mi vede,
bench'io da lei m'appiatti in monte o'n valle
e per solingo calle
notturno io mova e sconosciuto il piede,
e mi saetta sì che ne'miei mali

mostra tanti occhi haver quanti ella ha strali.
Ohimè! dal dì che pria
trassi l'aure vitali e i lumi apersi
in questa luce a me non mai serena,
fui de l'ingiusta e ria

trastullo e segno, e di sua man soffersi
piaghe che lunga età risalda a pena.
Sàssel la gloriosa alma Sirena,
appresso il cui sepolcro ebbi la cuna:
così havuto n'avessi o tomba o fossa

a la prima percossa!
Me dal sen de la madre empia fortuna
pargoletto divelse, e da que' baci,
ch'ella bagnò di lagrime dolenti,
con sospir mi rimembra, e da gli ardenti

preghi che se'n portar l'aure fugaci:
ch'io non dovea giunger più volto a volto
fra quelle braccia accolto
con nodi così stretti e sì tenaci,
lasso, e seguii con mal sicure piante,

quale Ascanio o Camilla, il padre errante.
In aspro essiglio e'n dura
povertà crebbi in quei sì mesti errori;
intempestivo senso hebbi a gli affanni,
ch'anzi stagion, matura

l'acerbità de'casi e de'dolori
in me rendé l'acerbità de gli anni.
L'egra spogliata sua vecchiezza e i danni
narrerò tutti: hor che non sono io tanto
ricco de' propri guai che basti solo

per materia di duolo?
Dunque altri ch'io da me dev'esser pianto?
Già scarsi al mio voler sono i sospiri,
e queste due d'humor sì larghe vene
non agguaglian le lagrime a le pene.
Padre, o buono padre, che dal ciel rimiri,
egro e morto ti piansi, e ben tu il sai,
e gemendo scaldai
la tomba e il letto: hor che ne gli alti giri
tu godi, a te si deve honor, non lutto;

a me versato il mio dolor sia tutto...